Molti studiosi affermano che i Druidi provenissero da Atlantide, prima che essa scomparse a seguito di una guerra
tra la magia bianca e la magia nera, altri sostengono che i Druidi erano il risultato di una fusione con i celti.
La cosa più interessante nella loro storia è che le loro pratiche hanno notevoli somiglianze con quelle degli Indiani
d'America.
I primi scritti sui Druidi provengono dall'epoca romana, da Giulio Cesare, attorno al 52 a.c.
A quel tempo i Druidi erano presenti nella Gallia, nella Valle Padana, in Inghilterra e in Irlanda.
Anche se è chiaro che la loro esistenza è ancora più remota, purtroppo non è rimasta traccia alcuna sulla loro nascita.
E' molto difficile oggi ricostruire l'ordine dottrinale, mistico, magico e l'insieme di conoscenze scientifiche e
tradizioni possedute dagli antichi Druidi.
Essi, infatti, non ci hanno trasmesso nulla di codificato, e la quasi totalità della loro dottrina è
andata perduta con la morte dell'ultimo di essi.
Tuttavia, attraverso un'analisi di alcune fonti, manoscritti di età cristiana e folklore nordeuropeo, si è riusciti, negli
ultimi due secoli, a dipingere un quadro generale estremamente interessante.
L'impero romano, non capendo la civiltà celtica, dedita all'armonia con la natura, volle assogettare gli stessi ai loro usi
e costumi, siccome i territori dei Celti erano molto boscosi, fu proprio nei boschi che i Romani conobbero le batoste più
pesanti, e non a caso durante le guerre di conquista in Gallia e in Padania, per prima cosa distrussero le foreste,
spianarono i centri fortificati e costruirono al loro posto le caratteristiche città-accampamento militare a pianta
quadrata.
Ma ciò che li turbava di più erano alcuni personaggi della società celtica, per loro davvero incomprensibili: i druidi, le
figure centrali della religione celtica.
Secondo Plinio il Vecchio, il loro nome deriva dal culto che riservavano alle querce.
Avevano poteri molto grandi: conoscevano i moti degli astri e prevedevano i fenomeni atmosferici; decidevano l'esito delle
controversie pubbliche e private e stabilivano pene e risarcimenti.
Erano anche i responsabili dell'educazione dei giovani, ai quali insegnavano l'astronomia e l'uso della memoria.
Grazie alla conoscenza delle erbe, erano anche formidabili guaritori.
Erano gli unici a saper usare la scrittura e l'alfabeto, che i Celti consideravano sacro e utilizzavano solo in casi
eccezionali.
Tutto ciò faceva dei druidi il cardine della società celtica: ecco perché i Romani, a partire da Cesare in Gallia, si
accanirono per prima cosa contro di loro per sottomettere le popolazioni.
Gli imperatori non furono teneri nemmeno con i druidi britannici, ultimi simboli (dopo il genocidio ai danni dei Celti
padani e dei Galli) di una cultura consideravano barbara e pericolosa.
Tiberio li mise fuori legge e Claudio cercò di sopprimerne la "casta", ma fu Nerone, solito alle imprese megalomani, a
volerli annientare completamente.
Il pretesto fu fornito da una rivolta scoppiata in Britannia nel 60.
Per riportare la situazione alla normalità, nel 61 Nerone incaricò il governatore Svetonio Paolino di procedere contro i
ribelli, arroccati sull'isola di Mona (odierna Anglesey).
Narra lo storico Tacito: "Sulla spiaggia era radunata la schiera dei nemici, percorsa da donne coperte di vesti come le
Furie e che, sparse le chiome, agitavano le fiaccole.
Intorno stavano i druidi che, levate le mani al cielo, lanciavano preghiere e maledizioni e con il loro aspetto colpivano i
soldati al punto che essi, come paralizzati, si esponevano alle ferite, quasi avessero le membra legate".
Per non fare brutta figura, i legionari, incitati dai loro capi, "si gettarono contro di loro, li abbatterono e li
travolsero con le loro stesse fiamme".
Dopo lo sterminio dei druidi, "fu imposto ai vinti un presidio e furono abbattuti i boschi sacri alle loro superstizioni
selvagge".
Il massacro continuò poi in tutta la Britannia.
La conseguenza fu l'annientamento del druidismo in Britannia e la sua relegazione alla sola Irlanda e alla Scozia.
In Irlanda si sviluppò un sistema di scrittura autonomo, l'alfabeto ogamico, che restò in uso - anche se non in modo
esclusivo - fino al X secolo e oltre.
E l'Irlanda, anche dopo la cristianizzazione, volle sempre restare autonoma da Roma e difese strenuamente il proprio
diritto all'indipendenza di culto.
Fortunatamente la loro tradizione non andò perduta, grazie al fatto che nella chiesa Irlandese vennero ammessi i Bardi.
Nella chiesa affluirono clero e aristocratici, a seguito di ciò la chiesa popolare scomparve, mettendo in pericolo
l'esistenza del Druidismo e della Wicca.
Le due dottrine mantennero viva una certa linfa vitale fino ai giorni nostri.
Nonostante i tentativi di genocidio delle popolazioni celtiche da parte degli invasori latini prima, e della loro cultura
da parte della Chiesa poi, vari aspetti della spiritualità pagana sono sopravvissuti un po' ovunque.
Anche in Padania molti dei riti e delle tradizioni dei nostri antenati Celti hanno attraversato i secoli, sfidando ogni
tentativo di colonizzazione culturale.
Complice in ciò fu la cultura "contadina" della nostra terra, conservatrice e tradizionalista.
I riti agresti e molte figure di matrice chiaramente pagana erano troppo radicati nella società rurale per essere
cristianizzati del tutto: ecco perché la Chiesa, incapace di cancellarli completamente, cercò di trasferirne i significati
dal paganesimo al cristianesimo.
Anche il druidismo in Padania è sopravvissuto.
Un esempio? La figura di santo-druido, con grandi capacità di guaritore, di sant'Antonio abate (celebrato il 17 gennaio).
Nell'iconografia popolare è rappresentato sempre con un maiale (raffigurazione delle tentazioni del demonio sconfitte dal
santo, eremita vissuto nel III-IV secolo), simbolo delle ricchezze della vita contadina; con il tau, croce egizia simbolo
di vita eterna; e con un campanello, segnale con cui era annunciato l'arrivo dei malati infetti.
Antonio protegge dal "fuoco sacro" o herpes zoter, malattia infettiva diffusa in Europa tra X e XVI secolo e spesso letale.
Ma in lui secondo molti studiosi sono presenti anche le caratteristiche delle divinità celtiche del fuoco: infatti, è
invocato contro gli incendi.
Questo è solo uno degli innumerevoli casi di simboli tipici del mondo precristiano sopravvissuti "sotto mentite spoglie"
fino a noi.
Oggi i Druidi come pure i Wiccan, sono persone normali, che svolgono i loro lavoro in modo normale.
Un Druido famoso fù Winston Churchill, venne iniziato all'ordine nel 1908.
I Druidi erano organizzati in 3 categorie :
I Bardi
Costoro erano e sono i custodi della tradizione, della parola, conoscitori di molte poesie e canti.
A loro è associata la Betulla.
Avevano una propria gerarchia :
Sencha, o Storico, era custode della storia del suo popolo;
Cainte, specializzati nell'uso della satira;
Bardagh, aspiranti bardi che studiavano presso un maestro;
Cithradrag, bardi esperti solo nell'uso degli strumenti e non della voce;
Dorsaid, facente funzioni di araldo.
Analogamente ai Druidi, in ogni Tuath il bardo più dotato veniva eletto dai suoi simili Penkerrd, Capo-Bardo, sedeva alla
sinistra del Re (il Capo Druido alla destra) ed aveva diritto a portare un mantello a sei colori, simbolo della sua
carica.
Gli Ovati
Questi erano i conoscitori delle arti divinatorie e delle profezie, nonchè assolvevano i compiti di ordine filosofico,
dottrinale, medico.
A loro è associato il Tasso.
Il Druido
Esso era il consigliere per eccellenza, il giudice, maestro di cultura e cerimonie.
A loro è associata la Quercia.
Il Bosco Sacro
I Druidi prestavano servizio nel Bosco Sacro, vero cuore di ogni popolazione celtica.
Qui eseguivano i riti solenni connessi alle quattro Festività, ed esercitavano la loro arte nell'interesse
dell'intera Tuath; Ogni Bosco Sacro aveva un Capo Druido, alla cui guida gli
altri Druidi erano sottomessi (fatto che emerge da una serie di indicazioni
implicite evinte da una serie di fonti). Ciò che invece si sa per
certo, al di là di ogni possibile dubbio storico, è che esisteva un Bosco Sacro
(quello dei Carnuti, chiamato significativamente il "Cuore di tutte le Gallie")
che aveva una sorta di "prevalenza" su tutti gli altri, e in cui tutti i
Druidi si recavano in occasione della Festa di Samhain. E' verosimile
supporre che il Capodruido dei Carnuti avesse un ruolo di guida almeno sui
Druidi della Gallia, e probabilmente anche su quelli insulari.
Il cuore del Druidismo è l'ottuplice schema, una serie di feste della natura, morte e rinascita.
Queste sono le feste :
Imbolc, 2 febbraio (rappresenta l'infanzia).
Alban eiler, 21 marzo (rappresenta la preadolescenza).
Beltane, 1 maggio (rappresenta l'adolescenza/prima giovinezza).
Alban heruin, 21 giugno (rappresenta i giovani adulti).
Lughnasadh, 1 agosto (rappresenta l'età adulta, dei matrimoni o divorzi).
Alban elued, 21 settembre (rappresenta l'età del raccoglimento).
Samhuinn, 31 ottobre e 2 novembre (rappresenta gli antenati).
Con l'avvento del cristianesimo queste feste di sono trasformate :
Vigilia di ognissanti, 31 ottobre.
Commemorazione dei defunti e Ognissanti, 2 novembre.
E' benchè Gesù fosse nato in primavera, come dice la Bibbia, la chiesa abbia deciso di spostare la data di nascita
al solstizio d'inverno.
Questi sono costruzioni cristiane su fondamenta pagane.
Negli ultimi tempi si è potuto assistere ad un lento ma graduale riaffermarsi della cultura celtica, una
vera e propria rinascita avviatasi nel secolo scorso e culminata in questi ultimi anni.
Si è parlato di rinascita, ma il termine non è del tutto appropriato, in quanto non ci fu una
"morte": piuttosto una brusca interruzione, coincidente con l'invasione romana.
Gli abitanti della Gallia Cisalpina (e prima ancora i Lusitani e i Celtiberi)
furono i primi a subire un processo, ancorché parziale, di romanizzazione,
iniziato già nel II Secolo a.C.; ciò tuttavia non impedì a molte popolazioni,
specie a quelle ubicate in Piemonte e Valle d'Aosta, di godere di una
indipendenza quasi assoluta, tanto che al momento della decisiva battaglia di
Alesia (nel 52 a.C.), teatro della definitiva sconfitta dell'Ard Ri (Sommo Re)
Vercingetorix, giunsero a combattere Cesare perfino gli Eporediesi, provenienti
dal Canavese! Altre zone, come ad esempio la Val di Susa (Segusio), caddero
molto dopo: si sono trovate le tracce di un'alleanza "paritaria" tra il Re
celtico Cozio I° e l'imperatore Augusto, alleanza che durò fino alla rivolta
contro Roma (naturalmente soffocata nel sangue) capeggiata dallo stesso figlio
del Re gallico. Ma si era al canto del cigno, perché proprio sotto Augusto
caddero anche gli ultimi dunum (roccaforti) dei Salassi, fra cui
Cordele, che verrà ribattezzata Aosta. Ciò tuttavia non impedì che in tutta
l'Italia del Nord sopravvivessero frammenti di cultura ed usanze celtiche,
riconoscibili in particolare dai nomi sopravvissuti ai secoli: Milano
(Mediolanum, "Fortezza/Santuario di Mezzo") fu capitale degli
Insubri; Torino, in celtico Taurasion, fu la capitale dei Taurini;
Bologna fu capitale della potente popolazione dei Boi, ed il Veneto prende il
nome dall'omonima popolazione ivi stanziata (i Veneti, originari della Francia
del Nord); in Veneto vi sono addirittura prove archeologiche attestanti
l'origine di cognomi caratteristici ancora attuali, fatti risalire, come in
Scozia e in Irlanda, ad eroi, clan o personaggi vissuti addirittura nel V Secolo
a.C., e comuni ed immutati ancora oggi!! A prescindere da questa curiosità, e
volendo riassumere, la romanizzazione dell'area cisalpina fu purtroppo
presente, ma non particolarmente aspra e repentina.
Inoltre la presenza celtica in tutta l'Italia Settentrionale e centrale era assai massiccia e antica, fin dal 600
a.C. allorché erano penetrate in queste zone le popolazioni dei
Biturigi, Arverni, Senoni, Edui, Ambarri, Carnuti ed Aulerci, ma
anche prima (le popolazioni "autoctone" come ad esempio i Liguri sarebbero
verosimilmente di ceppo celtico, ma giunte in tempi antecedenti: lo dimostra tra
l'altro la perfetta integrazione avvenuta in questo periodo.
Se in Gallia cisalpina, come si è detto, la romanizzazione non fu particolarmente
brusca, nel resto d'Europa tale processo fu invece molto più rapido e drammatico: l'ostinata
resistenza opposta a Cesare e l'abbozzo di confederazione delle varie
Tuath (popolazioni capeggiate da un Re) convinsero quest'ultimo ad
abbandonare la tanto decantata tolleranza romana in fatto di religioni e costumi
dei popoli assoggettati, e ad attuare una ferrea persecuzione volta allo
sterminio, né più né meno, della classe druidica, giustamente percepita come
elemento unificante e fondamento della società celtica: si ha traccia di
numerosi editti in questo senso, promulgati ad intervalli regolari fin sotto
l'imperatore Claudio. A questo fatto si aggiunga inoltre l'effetto devastante
della campagna di conquista (solo sotto Cesare si parla di un milione di morti e
di un altro milione di uomini condotti in schiavitù): la civiltà celtica
continentale semplicemente cessò di esistere, tranne che in sacche isolate e
destinate ad una omologazione più o meno rapida.
Ciò che determinò questo brusco oblio fu proprio la scomparsa della classe sacerdotale, da sempre unica
depositaria delle conoscenze scientifiche, giuridiche, mediche, religiose e
mistiche, oltre che della storia e del corpus mitologico locale. Tutto ciò andò
interamente ed irrimediabilmente perso in quanto era affidato unicamente alla
memoria dei Druidi.
I Celti ritenevano infatti che la scrittura (che pure conoscevano) non fosse un mezzo
adatto al tramandamento e alla conservazione della conoscenza, che doveva invece
essere interamente affidata alla memoria e alla parola. Questo perché il sapere
e le tradizioni erano percepite come un qualcosa di vivo, in continua
evoluzione, che veniva recepito non passivamente ma rielaborato, riscoperto da
colui che ne veniva messo a parte: solo la parola, altrettanto viva, era dunque
il mezzo idoneo a comunicare la sapienza, mentre la scrittura era vista come uno
strumento morto, fisso e statico.
In seguito a questo fatto, e nel caso specifico della cultura epica, la produzione continentale è
andata irrimediabilmente perduta, o quasi, come si vedrà più avanti; diverso il
caso dell'Europa insulare, in cui la penetrazione romana fu più blanda o
addirittura inesistente (in Irlanda): proprio da queste zone provengono le
uniche opere che tutt'oggi possediamo, trascritte più o meno fedelmente da monaci
cristiani: è il caso del manoscritto gallese del Mabinogion, dei tomi
irlandesi del Tàin Bò Cuailngé, del Libro delle Invasioni...
A parte queste opere frammentarie e lacunose, nonostante l'impegno romano molti elementi prettamente
celtici sopravvissero come sostrato culturale: perfino la religione, sebbene
minata alle basi dalla scomparsa del druidismo, ebbe una sua continuità
testimoniata ad esempio da numerose epigrafi o da fenomeni locali come il "culto
delle matrone" attestato nelle Alpi Occidentali e sopravvissuto in toponimi
quali ad esempio Brigantium (da Brigantia, dea rurale e dei fiumi),
l'antico nome di Briançon. In Inghilterra sopravvisse fin nel medioevo la
credenza in Cernunnos, che assunse diversi nomi, divenendo di volta in volta
Herne il Cornuto, Robin Goodfellow oppure il Master of the Wild Hunt (una sorta
di angelo della morte che percorreva nottetempo le zone selvagge a bordo di un
carro da guerra e con una muta di ferocissimi cani), entrambi chiaramente
identificabili in quanto descritti come dalla forma umana e dalla testa di
cervo. Pare che in seguito il dio cornuto venisse addirittura identificato con
la figura di San Dunstano, patrono dei bracconieri, citato da Sir Walter Scott
in Ivanhoe, ma l'ipotesi non sembra rafforzata da adeguate basi
scientifiche.
Fu proprio il sostrato di cui si è detto sopra, comune per giunta a tutta l'Europa, a far sì che le braci
della cultura celtica non si spegnessero. Va inoltre notato che la
cristianizzazione delle terre celtiche fu relativamente rapida e indolore,
persino in Irlanda dove, all'arrivo di San Patrizio, la classe druidica era
ancora presente. Questo poté avvenire grazie alla sorprendente lungimiranza
della Chiesa dell'epoca, che seppe coniugare una propaganda capillare ed un
rispetto illuminato per le tradizioni locali. In quella fase della storia
d'Irlanda non ci furono roghi né inquisitori. San Patrizio e i suoi successori
ebbero il merito di saper tollerare gran parte del folklore locale,
riproponendolo al popolo in chiave cristiana e riuscendo a strumentalizzarlo ai
propri fini. La Chiesa seppe insomma portare avanti l'evangelizzazione del
popolo irlandese senza cancellarne completamente l'identità storica e culturale.
Le divinità locali continuarono ad esempio ad essere venerate come santi
patronali, i luoghi considerati magici (sorgenti, pozzi, tumuli...) divennero
luoghi miracolosi grazie all'intercessione di altri santi che vi erano in
qualche modo legati (o che spesso, verosimilmente, vennero inventati di sana
pianta); e le varie feste druidiche annuali, persa la loro connotazione pagana,
continuarono ad essere onorate con la benedizione della Chiesa. Valga per tutte
l'esempio di Samhain, che ricorreva in occasione della prima luna piena
di Novembre e che metteva in comunicazione il mondo degli uomini con
l'Annwyn, il mondo degli spiriti. Essa venne fissata al 1° Novembre, e
divenne la festa di Ognissanti (in questi ultimi tempi se ne è addirittura
recuperata (a sproposito) la connotazione pagana, con la festa (a mio parere
piuttosto inutile ed estranea alla nostra cultura) di Halloween). Si noti per
inciso che altre feste come Beltane, che sul continente non ricevettero
un'investitura così ufficiale dalla Chiesa, sopravvissero comunque in qualche
forma nei piccoli centri rurali e montani, fino al nostro secolo: si pensi ai
fuochi di S.Giovanni, o alla festa nordeuropea di Calendimaggio. Anche alcune
tradizioni peculiari, come il bacio sotto il vischio nella notte di Capodanno,
risalgono direttamente ad usanze celtiche quando non druidiche (il vischio era
un potente simbolo di rigenerazione, raccolto dai druidi con particolari rituali
ed utilizzato come pianta medicinale).
La sopravvivenza di radici celtiche nella cultura europea è, dunque, ben attestata fin dai primi
secoli della nostra era, ma non si può parlare, tranne in rari casi, di vere e
proprie opere letterarie: la cultura "ufficiale" era pur sempre di stampo
classico; bisogna dunque attendere l'Alto Medioevo per vederle legittimate ad un
rango più elevato. Accadrà nella letteratura cavalleresca e cortese, in cui
molte tematiche sono spiccatamente celtiche: in primis, l'elemento magico e
fatato che spesso pervade leggende, ballate e canzoni di questo periodo, da
Chretién de Troyes in avanti; in secondo luogo l'ideale cavalleresco, la guerra
vista come forma d'arte e rigidamente codificata secondo precise regole di
comportamento, è un elemento permeante dell'aristocrazia guerriera celtica, e da
essa è stato mutuato, filtrandolo naturalmente con la mentalità del tempo ed
integrandolo con ideali religiosi. Oltre a questi elementi di base, si
noti che Trovatori e Trovieri erano menestrelli di professione, veri e propri Bardi che,
persa l'aura sacrale, continuavano almeno in parte a svolgere le antiche
funzioni, producendo e tramandando una cultura destinata all'intrattenimento
dell'aristocrazia guerriera. E le loro storie avevano spesso radici molto più
antiche di quanto essi stessi non immaginassero: il Ciclo Arturiano, in
particolare, è quanto di più squisitamente celtico sia mai stato prodotto al di
fuori dell'Irlanda, e personaggi e tematiche sono ritrovabili in opere più
antiche e più "pure" dal punto di vista filologico, quali ad esempio il
Mabinogion gallese.
A questa riscoperta del celtico (di cui ci si renderà conto solo molti secoli dopo, e che vedrà la
partecipazione di autori del calibro di Maria di Francia, Beroul, Monmouth,
Wace, Thomas, EIlhart Von Oberg, Gottfried von Strassburg, e in epoca più
avanzata Thomas Malory) fece eco un nuovo periodo di silenzio: con la fine del
medioevo la concezione mistica, astratta della realtà tanto in sintonia con la
cultura celtica divenne fuori moda, e nel Rinascimento l'Umanesimo e la
riscoperta dei Classici infersero un nuovo decisivo colpo. Tuttavia qualcosa di
tanto in tanto continuò ad affiorare, specie in Europa settentrionale: si pensi
ad alcune opere di Shakespeare, ad esempio il "Macbeth", l'"Amleto", "La
Tempesta", per non parlare poi di "Sogno di una Notte di Mezza Estate", in cui
oltre ai personaggi del mondo fatato (i cosiddetti Sidhe) compare
perfino... il dio celtico Cernunnos, nei panni di Puck - Robin Goodfellow,
folletto al servizio del Re delle Fate, Oberon.
Bisognerà tuttavia attendere la seconda metà del XVIII secolo per assistere ai primi,
decisivi colpi letterari inferti al Neoclassicismo: ad esempio da parte del
Conte di Caylus, che "riscoprì" i suoi antenati Galli e per primo "osò" il
paragone delle vestigia celtiche con le meraviglie egiziane. O Thomas Gray,
autore fra l'altro di due famosi poemi runici. Ma il più importante riscopritore
fu un poeta scozzese, James Macpherson, il primo a riproporre al pubblico
europeo poemi di stampo e tematiche squisitamente gaeliche, che ebbero un
influsso enorme, spianando fra l'altro la strada al Preromanticismo e al
Romanticismo (perfino in Foscolo si può parlare, in alcuni passaggi, di "echi
ossianici"). Macpherson fu insomma la scintilla che fece, dopo due millenni,
divampare il pagliaio: dopo di lui poeti del calibro di Burns, di
Lord Tennyson, o di Yeats riportarono alla luce, ammantandoli di nuova dignità
letteraria, elementi del folklore celtico, e il loro potente impulso non si è ancora
arrestato, né accenna a farlo. La cultura celtica trovò insomma nel Romanticismo un
ambiente fertile, persino in campo musicale: celebre è la "Norma", opera lirica del
Bellini (1830) che ha per protagonista proprio una druidessa.
Da queste premesse, ciò che era sopravvissuto ai secoli poté finalmente sbocciare a
nuova vita. Va detto inoltre che negli ultimi anni la politica dell'Unione Europea, da sempre volta
al riconoscimento e alla valorizzazione delle differenze e delle radici etniche
e culturali, ha saputo dare una spinta particolarmente significativa a questo
processo, il cui risultato è attualmente sotto gli occhi di tutti: lingue a
rischio di estinzione solo fino a due generazioni fa sono oggi insegnate
regolarmente nelle scuole pubbliche (naturalmente, NON in Italia...), ed in
alcuni casi sono state risollevate all'antico rango di lingue nazionali (è il
caso, nella Repubblica Irlandese, del Gaelico, equiparato all'inglese
anche per scopi nazionalistici, e di molte altre lingue o dialetti locali, come
il cimrico o il bretone). Come si è accennato, nel nostro paese l'interesse per
il sostrato linguistico celtico è pressoché nullo (forse un'eredità di
Gentile?), ed è stato a malapena vagliato da qualche sporadico erudito, come
Costantino Nigra (personaggio chiave del risorgimento italiano).
Già questo fatto sarebbe, da solo, degno di nota: la lingua è infatti l'espressione più alta della cultura
e dell'identità di un popolo. Ma la rinascita celtica è andata ben oltre: oggi
si può parlare infatti di una «nazione virtuale che si estende al di là dei
mari» e «raggruppa un po' meno di diciotto milioni di abitanti» comprendendo
Scozia, Irlanda, Galles, Bretagna... (cito traducendo da un articolo apparso
sull'edizione internazionale di "Le Monde", 8-9 Agosto 1998). In effetti chi ha
avuto occasione di visitare uno di questi paesi (la Bretagna in particolare) si
sarà sicuramente accorto di come la gente si senta celta, al di là
della nazionalità: sul piano politico sono sorti ovunque movimenti
indipendentisti, ma questo non sarebbe di per sé degno di nota se non fosse
accompagnato da un interesse sensazionale per ogni elemento tradizionale: il
Trischele, simbolo druidico che incarna l'equilibrio degli elementi, l'armonia
tra la Terra, l'Uomo e l'Annwyn, e più in generale la struttura tripartita
dell'Universo, è diventato vessillo di questo imponente movimento culturale, e
lo si trova dappertutto: bandierine, monili, decorazioni, gelati, adesivi sulle
macchine, catenine, gioielli, persino nelle vetrate delle cattedrali gotiche
(testimonianza fra l'altro della sopravvivenza medioevale degli elementi
decorativi tradizionali).
La riscoperta di questa identità culturale si esprime oggi principalmente nella musica. Senza scendere
nello specifico, ci si soffermi un attimo su qualcuno degli ultimi successi del
1998, ad esempio la celeberrima "My Heart Will Go On" di Céline Dion,
ultratrasmessa colonna sonora del polpettone-Titanic: ebbene, l'incipit (oltre
all'impronta vocale) è di stile inequivocabilmente celtico, così come "Live
Forever", altro hit delle Spice Girls; e non sono che esempi (potrei citare
persino una o due canzoni del canadese Brian Adams, o addirittura il soundtrack
dell'"Ultimo dei Mohicani", film di una decina di anni fa...). Al di là di
queste "citazioni", che testimoniano però l'inclinazione attuale del pubblico
mondiale verso un determinato filone, decine e decine di gruppi musicali
esclusivamente celtici sono sorti negli ultimi anni: a parte i
Chieftains (famoso gruppo folk irlandese) ed Enya (musicista
irlandese spesso in vetta alle classifiche ma a mio avviso un po' troppo
commerciale) si possono citare artisti come Loreena McKennit,
sofisticata cantante irlandese, l'arpista Alan Stivell, il gruppo belga
Orion, i galiziani Celtas Cortos, i bretoni Dan Ar
Braz oppure i Bagad Kemper, gli irlandesi Déanta, e
moltissimi altri, che hanno in comune il fatto di comporre canzoni in cimrico,
gaelico o bretone, e l'utilizzo degli antichi strumenti (arpa, cornamuse,
percussioni particolari, violino celtico, corni...) affiancati a quelli moderni.
Ultima novità "continentale", infine, è costituita dai Manau,
innovativo gruppo francese autore di un indefinibile rap celtico, arricchito da
stacchi strumentali molto suggestivi: nell'estate del '98 il loro hit, "La Tribu
de Dana", racconto di un'antica battaglia, è stato trasmesso molte volte anche
da emittenti italiane, e ancora nei primi mesi del '99 il gruppo è nella top-ten
delle classifiche europee dei singoli. Peccato che ai loro testi manchi una più
adeguata documentazione storica, che forse verrà col tempo. Richiami celtici,
specie negli stacchi strumentali, sono infine facilmente individuabili nelle
canzoni dei Corrs, gruppo rock irlandese recente ma molto
valido.
La vitalità di questo filone musicale, comunque, è ulteriormente testimoniata dal successo
dell'annuale Festival Interceltico di Lorient, cittadina bretone in cui ogni
anno affluiscono artisti da ogni parte d'Europa, radunando più di 400.000
spettatori: il Festival è ormai giunto alla sua 28^ edizione, ed è considerato
in Francia un fenomeno culturale di primissimo piano.
Lasciando da parte la musica, un altro filone in cui la cultura celtica emerge con particolare forza è
la letteratura (soprattutto fiction), fin già dalla prima metà del
secolo: la nascita e l'affermazione del genere fantasy ha gradualmente
portato alla riscoperta di un gusto per storie di ambientazione e taglio
celtico, che in questi ultimi anni si sono configurate come una vera e propria
branca del genere. Accanto, dunque, ai primi tentativi di un fantasy
"preceltico" di Conrad e Vance (heroic fantasy alla Conan, per
intenderci) sono emerse opere di taglio più realistico e più fedele all'epoca,
specialmente grazie ad autori del calibro di Morgan Llywelyn, Stephen Lawhead, e
diversi altri. La linea di demarcazione si ebbe con un grande scrittore inglese,
l'unico del suo genere ad essere studiato nelle Università di tutto il mondo, e
che non ha bisogno di presentazioni o di commenti: J.R.R. Tolkien. "Lo Hobbit" e
"Il Signore degli Anelli" (fra le molte altre sue opere) segnarono il passaggio
ad un tipo di fantasy più marcatamente fiabesco, pervaso da una genuina
atmosfera celtica ricostruita con pacata ironia e sapienti pennellate.
Anche nel campo dei fumetti si riscontra un certo interesse per l'antichità celtica, anche se il
prodotto non sempre riproduce in modo fedele la storia o i costumi dell'epoca:
vale comunque la pena di citare l'inglese Slane, ispirato ad un antico
re d'Irlanda ed impregnato di misticismo celtico, ancorché piuttosto
superficiale e "grezzo"; caso a parte, ovviamente, è costituito dall'arcimitico
Asterix, che non ha assolutamente bisogno di commenti, visto il
successo mondiale e pluridecennale. Qui il discorso di fedeltà all'epoca è ben
diverso, la ricostruzione fatta da Uderzo e Goscinny è tale da interessare
persino gli studiosi, tanto che gli studenti di Storia Celtica di alcune
Università se ne vedono consigliati gli albi alla stregua di "libri di testo
integrativi"! (Credeteci, credeteci, è verissimo!).
Infine, anche nel mondo del cinema è in atto una graduale riscoperta delle tematiche celtiche: chi di
voi non ricorderà il kolossal di Mel Gibson, "Braveheart", basato sulla storia
(vera) dell'eroe scozzese William Wallace? L'epoca è avanzata (1300 d.C.),
l'ambientazione è dunque celtico-cristiana, ma si tratta del primo film di un
certo peso della storia del cinema ad essere fatto "dalla parte dei Celti" e non
dei conquistatori di turno, siano essi Romani o Inglesi. Altro grande successo,
anche se di impronta ovviamente diversa, si prospetta essere il nuovo film su
Asterix, che vede nel cast attori del calibro di Gérard Depardieu e...
Roberto Benigni!
Un ultimo cenno lo meritano le arti figurative: nel Romanticismo, e in particolar modo in epoca
napoleonica, in funzione della propaganda nazionalistica e della politica di
grandeur da questi propugnata, vennero ampiamente utilizzati soggetti attinenti
al passato gallico della Francia, o a tematiche genericamente celtiche: esempi
famosi sono "Il sogno di Ossian" di Ingres, commissionato dallo stesso
Imperatore per il Quirinale; o "Ossian accoglie gli spiriti degli eroi morti" di
Girodet, in cui è raffigurato lo stesso Napoleone nella veste dell'Eroe accolto
nei mondi superni... Continuando, si potrebbero citare un'infinità di
litografie, incisioni e quadri ad opera di svariati autori europei del XIX
secolo: tra gli altri, "Vercingetorige chiama i Galli in difesa di Alesia" di
Ehrmann, "Combattimento di Galli e Romani" e "I Galli in vista di Roma" di
Luminais, "Incontro di Cesare e Ariovisto in Alsazia" di Schutzenberg, ed
un'infinità di opere meno famose ma altrettanto pregevoli.
Quanto si è detto riguarda le tematiche esplicitamente celtiche delle arti figurative; per quanto
concerne lo stile, invece, il discorso è totalmente differente: gli elementi
decorativi classici sono stati utilizzati ininterrottamente in Nord Europa negli
ultimi duemila anni, ed ancora adesso sono incredibilmente attuali, dalla
Bretagna alla Scozia, dall'Irlanda al Québec. Essi sono caratterizzati da un
astrattismo fondato su rigorose simmetrie, nonostante l'andamento spiraleggiante
ed estremamente complesso: un vero dedalo di linee, curve e spirali dalla cui
ripetizione vengono formate figure umane o animali, figure che si intrecciano e
si fondono armoniosamente le une nelle altre, sfiorando la realtà delle cose
senza mai accostarla, fermandosi al piano dell'idea, dell'essenza.
Nella mitologia celtica non vi è netta distinzione tra divinità ed esseri umani: molti
eroi hanno tratti e ascendenze divine, e allo stesso modo alcuni déi o semidei
non sono che figure trasfigurate di mortali.
Ciò è dovuto essenzialmente a due cause: in primo luogo alla trasmissione orale, che per
secoli se non per millenni caratterizzò ogni produzione scientifica, religiosa, storica e poetica dei Celti.
Furono perciò i Bardi, di regola, a curare il tramandamento delle leggende e delle tradizioni del loro
popolo, che vennero riversate su pergamena solo in alcune zone, principalmente
in Irlanda ed in Galles, e solo in seguito alla cristianizzazione (cioè, nel
caso dell'Irlanda, a partire dal VI secolo d.C.) con l'intenzione di preservare
ciò che rischiava di scomparire con il declino della classe druidica.
Nel corso della stesura di tali manoscritti, affidata a
monaci cristiani, fu però applicato un inevitabile filtro,
attraverso il quale le storie vennero talvolta (non sempre) ad acquisire un
carattere agiografico ed edificante, funzionale alla politica di
cristianizzazione allora in atto.
Quando questo non avvenne, la differenza rispetto all'originale si mantenne comunque significativa: oltre all'inevitabile
perdita del supporto ritmico e musicale, va notato che le storie furono
elaborate ed interpretate da persone che per forza di cose non erano più in
grado di coglierne i simboli, i riferimenti e i significati originali, retaggio
esclusivo di una cultura di formazione bardica.
Molti elementi vennero così travisati dai copisti, che oltretutto si preoccuparono di far sparire (almeno a
loro giudizio, poiché le loro correzioni sono per la maggior parte superficiali
e artificiose) ogni traccia del paganesimo che inevitabilmente pervade ogni
corpus mitologico. Ecco dunque che divinità come Lugh, Dagda, la Morrigan o
Manannan McLyr perdono il loro status divino diventando antichi re, stregoni,
giganti, esseri magici e fatati, quando non addirittura demoni.
In alcuni casi, al contrario, vengono assorbiti dalla cultura cristiana e venerati come santi: è
il caso, pare, di Santa Brigida. Per quanto riguarda i druidi (e raramente ne
compaiono), essi vengono presentati sotto una luce di discredito che sicuramente
non ha avuto origine dalla tradizione celtica, e la loro magia è regolarmente
ridicolizzata dai miracoli del Santo di turno, che li batte sul loro stesso
campo sventandone i perversi piani... (!!).
Un esempio geograficamente più vicino a noi di quanto detto sopra è costituito dalla "Formella di Malciaussia",
una piccola formella di pietra tradizionalmente tenuta nascosta per tutto l'anno
ed esposta periodicamente dai margari, sulla cui superficie è scolpita (pare) la
figura di un druido nell'atto di compiere un sacrificio, e che per secoli è
stata venerata come immagine di San Bernardo (patrono della frazione montana)
che uccide il demonio.
Tutto questo, si badi bene, non deve essere inteso come una critica all'operato delle
gerarchie ecclesiastiche del periodo e tantomeno a quello dei copisti, senza i
quali tutto ciò che oggi possediamo (ed è incredibilmente poco!) sarebbe andato
perso. Il loro lavoro, pur nei suoi inevitabili limiti, è inestimabile. (E
comunque già solo il fatto di voler preservare elementi di una cultura più
"debole" testimonia un'apertura mentale sconosciuta a molte grandi "ideologie"
del nostro stesso secolo!).
Riprendendo il discorso originale, la seconda causa a cui si è fatto cenno è invece un
fattore "intrinseco", che non dipende da influenze esterne: il processo di
trasfigurazione e di divinizzazione degli eroi del passato è comune a molte
culture, ed è stato studiato a fondo dagli antropologi. Nella cultura celtica è
un elemento molto comune, basti pensare al mito irlandese dei Tuathà De Danànn,
popolazione celtica che dominava l'isola prima dell'arrivo dei Milesians (o
Gaeli). Con il sopravvento di questi ultimi i Tuathà De Danànn, secondo le
leggende, "scomparirono", diventando un popolo fatato e semidivino
dell'Annwyn (l'Aldilà celtico), i cui componenti, immortali e detentori
di potentissime magie, partecipavano ad eterni banchetti in luoghi fuori dallo
spazio e dal tempo, spesso collocati all'interno degli antichi tumuli neolitici
o in prossimità di dolmen, laghi, sorgenti, uscendo per giocare qualche
occasionale scherzo (più o meno fatale) a chi si avvicinava ai pochi luoghi
ancora in loro potestà.
Come è facilmente intuibile, i Tuathà De Danànn non "scomparirono", ed é assolutamente da escludere che
siano stati sterminati dai nuovi venuti: la leggenda testimonia invece, attraverso il filtro della poesia,
il loro progressivo ritiro davanti all'invasore, la migrazione che
verosimilmente li portò dalle coste fino alle zone più interne dell'isola e la
successiva, lenta integrazione etnica e culturale con il conquistatore.
Il caso dei Tuathà Dè Danànn non è unico, si badi bene: anche sul continente la definizione
irlandese Aes Sidhe ("Popolo delle Colline") era applicata, con minime
variazioni linguistiche, per definire le creature fatate, probabilmente i primi
abitatori neolitici dell'Europa (costruttori di dolmen, tumuli e cromlech)
sconfitti dai celti nella loro migrazione ancestrale.
Oltre a questi casi, in cui si parla più che altro di interi popoli, si hanno chiare tracce, come si è
accennato in apertura, di diversi eroi e condottieri leggendari assurti al rango
divino (o per meglio dire ricordati come divinità): un esempio potrebbe essere
costituito da Brenno, re dei Senoni, protagonista di una simpatica gitarella (in
cui mise a ferro e fuoco Roma) nel 390 a.C., il cui nome può venir fatto
risalire alla radice Bran-wen, "Bianco Corvo", secondo alcuni riconducibile, in
ultima analisi, alla dea Morrigan.
A parte questa etimologia, è storicamente provato che la figura di Brenno fu identificata, ai tempi di Cesare, con una
divinità. Più in generale, è raro che un Eroe muoia davvero, nella mitologia
celtica: molto spesso egli dorme all'interno di un tumulo, sotto la superficie
di un lago, o su un'isola avvolta dalle nebbie, in una sorta di luogo fatato e
fuori dal tempo da cui un giorno farà ritorno per combattere nuove, gloriose
battaglie. L'ultima traccia di questo topos letterario celtico è facilmente
riscontrabile in Re Artù, che dopo il tradimento di Mordred si rifugiò
sull'isola di Avalon, ed ancora oggi è viva la "credenza" nel suo ritorno,
predetto il giorno in cui l'Inghilterra sarà di nuovo in gravi difficoltà.
Lo stesso Mago Merlino, tradito da Morgana, sarebbe tuttora vivo e prigioniero,
secondo la leggenda, in una grotta nella foresta bretone di Broceliande. L'Eroe
celtico, dunque, è per definizione immortale, ed in qualche modo connesso con il
mondo fatato dei Sidhe (pron. Shee).
Ferme restando queste premesse generali, vediamo dunque come era articolato il
pantheon celtico.
In Gallia la divinità principale era Teutates, il protettore delle Tuath, dio che
presiedeva alla sovranità regia incarnandone le qualità di valore guerriero e di
simbolo di fecondità. Questa figura, assente nell'Europa insulare, è però
riconducibile al capo del pantheon irlandese, Lugh Lamfada ("Dal Lungo
Braccio"), divinità guerriera dai tratti "odinici" venerata in ogni terra
celtica (si pensi al nome originale della città di Lione, Lughdunum,
"Fortezza di Lugh", alla galiziana città di Lugo, e persino a Laon e a Leyda):
le molte similitudini tra le due figure hanno fatto pensare ad una sostanziale
identità, ed il nome di Lugh sarebbe verosimilmente servito ad identificare
Teutates nel suo aspetto guerriero.
Tale tesi è rafforzata dal fatto che la festa celtica di Lughnasad ("Assemblea di Lugh"), presente ovunque
nell'Europa celtica e tenuta la prima settimana di agosto, si connotava come
festa della sovranità e della classe guerriera. E' significativo ancora notare
che l'appellativo Belenos, il molto luminoso (in Irlanda Bel)
era usato a identificare Lugh nel suo aspetto di divinità solare, della luce. Da
qui discende fra l'altro il nome della festa druidica di Beltane,
letteralmente dei "Fuochi di Belenos".
Si noti che in Gallia è attestata persino un' identificazione femminile di Belenos, la dea Belisama; poiché
l'aggettivo luminoso è da intendersi nell'accezione francese di
lumière, che indica la luce spirituale oltre che quella fisica, non
pare azzardato identificare Belisama con la dea irlandese della parola,
Brigit, secondo alcuni controparte femminile del dio Ogmios,
secondo altri, invece, di Govannon.
Altra importante divinità continentale è Taranis, una figura che presenta molte
analogie con il Thor germanico, presiedendo a tutti gli aspetti più violenti e
impetuosi della natura, in particolar modo al tuono, ai fulmini e alle tempeste.
Ma Taranis non è solo un dio guerriero: il suo simbolo è la Ruota Cosmica,
immagine della ciclicità delle stagioni e delle epoche, metafora del ciclo
vitale che accompagna ogni creatura dalla nascita alla morte alla successiva
rinascita. Sotto questo aspetto, Taranis è analogo al dio-druido Dagda, che nel
pantheon irlandese è secondo per importanza solo a Lugh. In quanto divinità
druidica, Dagda è depositario della scienza, del sapere sacerdotale, e presiede
all'amicizia e ai contratti (rispecchiando la funzione giuridica della classe
druidica).
Oltre a questo, padroneggia la magia e il controllo sugli elementi,
altro punto in contatto con Taranis. Suoi attributi sono, oltre alla Ruota, la
Mazza (che con un'estremità uccide nove uomini in un colpo solo, e con l'altra
li resuscita, rispecchiando la dottrina druidica della morte vista come
continuazione, su diverse basi, della vita, nonché il concetto di dualità
dell'essere); l'Arpa di quercia, che può suonare le Tre Melodie Magiche del
Riso, del Sonno e della Malinconia, testimoniando così la connotazione bardica
di Dagda, designata dal nome Ogmios, "Signore della Parola"; ed infine
il Calderone, (dalla cui cristianizzazione in seguito sboccerà la leggenda
medievale del Graal) che ha il potere di nutrire magicamente un intero esercito
e di resuscitare i cadaveri che vengono gettati al suo interno, privati però
della parola affinché non possano descrivere l'Aldilà.
Mentre Teutates rispecchia la classe guerriera (Flaith) e Taranis quella
sacerdotale (Druid), la terza classe sociale, l'Aes Dana, "la
gente detentrice del dono", ovvero gli artigiani o coloro che sono esperti in un
lavoro manuale, è incarnata da Govannon, presente sia sul continente che
nell'Europa insulare: Govannon è un artigiano dotato in ogni aspetto della sua
arte, in grado di forgiare armi invincibili come il suo equivalente greco,
Efesto, ed in più abile nella realizzazione di oggetti artistici di ogni tipo;
nella mitologia irlandese gli déi conquistano l'immortalità mangiando il cibo di
un banchetto preparato dallo stesso Gobniu.
Altro importante dio gallico è Cernunnos, il "dio cornuto" rappresentato come un uomo
dalla testa di cervo, divinità druidica (probabilmente emanazione di Dagda) che
presiedeva ai boschi e alla vita vegetale e animale racchiusa al loro interno,
incarnando il mistero e il timore reverenziale della natura (il suo nome era
considerato "troppo sacro" per venir pronunciato); era conosciuto con lo stesso
nome e con le stesse caratteristiche anche in Bretagna insulare, ed è forse
riconducibile al dio guaritore irlandese Dian Cecht. Il dio gallico
Sucellos, il Camminatore, probabilmente è una sua diversa
manifestazione.
Sempre legato alla forza degli elementi è Manannan McLyr, Signore delle Maree
e delle distese sottomarine; questa divinità è propria del pantheon irlandese,
ma la sua controparte gallica potrebbe essere Esus, signore dell'acqua,
specchio del fluire e rifluire dell'esistenza.
Divinità femminili, come si è sopra accennato, non mancano. Si noti per inciso che nella
società celtica la separazione tra i sessi non era molto accentuata (in questo
senso, erano forse la più progredita delle civiltà antiche) e le donne, oltre a
godere della stessa libertà personale degli uomini, potevano ricoprire funzioni
di grande importanza anche politica, nessun ruolo essendo loro precluso,
eccezion fatta quello regale (ma si ha traccia di valenti guerriere come
Scathach, maestra d'armi dell'eroe Cu Chullain e di Regine quali Boadicea).
Tornando alle divinità, molto venerata era Brigantia, dea rurale della
fertilità, dei raccolti e dei corsi d'acqua; si ha traccia in Gallia anche di
Epona, divinità dei cavalli e della fertilità, e di Rosmerta, figura
legata in qualche modo a Teutates e connotata come divinità del benessere, della
ricchezza, dell'abbondanza e del focolare.
Moltissime delle divinità locali, proprie di una particolare Tuath o zona geografica, erano poi femminili:
l'esempio più famoso è costituito dalla dea Sequana (la Senna), che
diede il nome alla Tuath attestata presso le sue sorgenti. In Irlanda (ma non
solo), infine, grande rilievo aveva la Morrigan, potente divinità guerresca che
incarnava la violenza, il massacro, la sete di sangue e di vendetta, e che
sopravvisse nella leggenda cortese di Fata Morgana e, secondo alcuni, nella
credenza popolare concernente le masche, cioè (nel caso del Piemonte)
le streghe.
Mentre alcune epigrafi di età gallo-romana ci hanno permesso di conoscere i nomi di
alcune divinità galliche, così non è avvenuto per il corpus epico e leggendario:
con la scomparsa della classe bardica continentale tutta questa produzione (che
doveva essere vastissima) è andata irrimediabilmente perduta.
Gli unici Eroi di cui si ha notizia provengono perciò dalla tradizione cimrica o irlandese: in
alcune opere (come ad esempio il Tàin Bò Cuailngè) vengono narrate battaglie
epiche tra eroi di diversi schieramenti (e sono decine e decine), ognuno dei
quali viene univocamente determinato con particolari attributi ed appellativi,
il che porta a credere che esistessero interi poemi dedicati ad ognuno di essi,
mentre ora non se ne conosce nulla al di fuori dei nomi. Le gesta dei più
famosi, tuttavia, si sono conservate. Il più grande eroe irlandese è senza
dubbio Cù Chulàinn (pronuncia Cu Hullìn), figlio del dio Lugh,
guerriero formidabile conoscitore di tutti i feats (particolari
tecniche di combattimento e stoccate segrete della mitologia celtica, tramandate
solo a guerrieri eccezionali) e detentore della leggendarie Gae Bolga,
la infallibile lancia uncinata i cui barbigli penetravano in ogni cavità del
corpo della vittima, straziandola a morte allorché l'arma veniva estratta.
Caratteristica di Cù Chulàinn, ma comune a pochi altri eroi, è la
Riastharthae, furia guerriera che lo attanagliava in battaglia,
stravolgendone i lineamenti e facendone un gigante imbattibile ed inarrestabile.
Curiosamente il notissimo abbigliamento guerriero dei celti (che spesso
combattevano nudi e con i capelli resi irrigiditi e alti sulla nuca dal gesso,
vedi statua del Galata morente...) deriva proprio dall'imitazione degli effetti
della Riastharthae.
Altre figure epiche sono il Bardo Amergin, che giunse in Irlanda nell'ultima
conquista, e di cui si sono conservate persino alcune poesie; i suoi fratelli
Find e Eremon, primi Re gaelici d'Irlanda; Finn Mc Cuhal, guerriero leggendario
dei Fianna, e il figlio Ossian (pronuncia Usheen), famosissimo bardo a
cui si rifece McPherson; Fergus, che impugnava l'arcobaleno come una spada, e
con un fendente durante una battaglia decapitò una montagna... Dal Mabinogion,
poema gallese, spiccano invece le figure di Pwyll, il Principe dell'Annwyn, ed
il figlio Prydery; il gigantesco Bran, la cui testa, dopo la morte, continua a
parlare per non privare i camerati della propria compagnia; e molti altri,
famosi come il Bardo Taliesin, o meno noti come il mago Gwydyon.
Bibliografia
Riti e misteri dei Druidi - Philip Carr-gomm, Oscar Mondadori.